4 novembre, in nome di una identità

04 Novembre 2008

Domenico Cambareri

(fonte: Parvapolis)

Ecco una ricorrenza che esalta la memoria e il sentimento…

4 Novembre. Festa della Vittoria, festa delle Forze Armate, festa della Patria. Un giorno particolare, ancor più particolare perché oggi risulta tornato ad essere, finalmente, molto più all’attenzione della memoria e del sentimento degli italiani rispetto agli anni che ci hanno preceduto. È un primo, positivo segnale del ritorno alla coscienza della propria identità e della propria storia al di là dagli sconvolgimenti storici successivi di cui alcuni continuano a mettere in risalto gli aspetti più marginali, laceranti, minoritari, di fazione? Lo spero. In questi giorni si sono scritti e si stanno scrivendo fiumi d’inchiostro sul 90° della Vittoria. Essa segnò un ritorno alla poesia dalla prosa come rituale passaggio ad una fase di maggiore crescita civile e politica delle masse dei soldati. Passaggio breve e quasi inavvertito perché funestato dall’incombente futuro che si presentò gravido di nubi per le sciagure interne che sarebbero conseguite, con l’involuzione del quadro istituzionale interno, a causa soprattutto dei cotenuti iniqui e corrivi impostici da Regno Unito, Francia e Stati Uniti con i rapaci diktat nei fori dei vincitori, gisutamente in Italia definiti come “vittoria mutilata”. E poi, nondimeno, del metallico risuonare degli esiti della rivoluzione russa in rivoluzione bolscevica che magnetizzava fantasticamente la ragione e l’immaginazione di tanti intellettuali e di tanti operai. Eventi lontani, da cui i giovani di oggi sono separati da ben quattro generazioni, che avrebbero conseguentemente impresso scelte e accellerazioni all’ulteriore percorso della nostra storia nazionale che sarebbero risultate conclusivamente non meno dolorose. Non almeno perla quantità di morti e invalidi gravi rispetto all’ecatombe della guerra di trincea e di picchi alpini. Effettivamente, il fango e il ghiaccio di una logorante e massacrante guerra forgiarono in maniera forte un primo senso di unità nazionale e di fratellanza fra tutte le plebi contadine e operaie, al di sopra dei campanilismi e dei regionalismi, mandate a combattere in quello che fu un esercito di massa, di arruolamento obbligatorio. Questi ricordi avrebbero sanato, come tardivo balsamo, le precedenti terribili memorie che accompagnavano i giovani combattenti del Sud, i cui nonni spesso avevano vissuto come disgraziati protagonisti dell’una o dell’altra parte o come quasi muti testimoni i giorni e gli anni delle inique repressioni e delle stragi del neonato esercito del neonato Stato, per combattere nei modi più inadeguati ed ingiusti il fenomeno del “brigantaggio”. Dalla prima guerra ondiale, primo evento assoluto della mobilitazione delle masse, che avrebbe coinvolto, fin nelle regioni più interne e sperdute, le colonie africane, discendono direttamente gli aspetti più qualificanti di un’analisti storico-sociologica. In primis, il fatto che la quasi totalità delle famiglie avrebbe avuto un lutto o altro dolore alle spalle al termine del conflitto. La redenzione delle terre italiche portò a scelte drastiche come espressione del compimento del processo risorgimentale e ad allontanarci da scelte diplomatiche che sarebbero state realistiche e fattive. Grave danno subì allora la fraterna amicizia maturata duante il periodo risorgimentale proprio fra italiani e tedschi. Questo ce lo ricorda un testimone insospettabile, Benedetto Croce. I tempi oggi ritengo che comincino ad essere maturi affinché il nostro calendario civile ripristini in maniera completa ricorrenze fondamentali della nostra storia, così come è stato fatto da qualche anno, con Ciampi, con la festa della Repubblica e la parata del 2 giugno ai Fori Imperiali. È bene che tornino ad essere festività civili la presa di Porta Pia, data effettiva del ritorno non più solo ideale all’Unità del nostro popolo; la data della fondazione di Roma, quale sacro ininterrotto snodo della nostra continutà culturale e civile; della festa del patrono d’Italia, san Fracesco d’Assisi, indipendentemente da eventuali e interessate letture confessionali. E’ bene, infine, che la data legata alle fazioni e al sangue ancora caldo che scorreva e che avvrebbe ancora bagnato per giorni e giorni la terra muta di dolore, venga definitivamente relegata nelle viscere più profonde della terra. Il 4 Novembre è girono di eroi, anche anonimi, che hanno scritto pagine immortali. Attraverso essi e con essi, recuperiamo tutta la dignità poi perduta.


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